Il dito all’orecchio
Storia e messa in scena di un'esultanza
“Il dito all’orecchio? Ne avevo bisogno”, ha spiegato Sinner dopo un’esultanza inedita per lui, che è arrivata alla fine del terzo turno di Wimbledon 2026.
Mettiamola così: se metti il dito all’orecchio per il primo punto che vinci in un torneo amatoriale con due persone sugli spalti – che, probabilmente, invece di guardarti, stanno smanando sullo smartphone – abbiamo un problema.
Se invece lo fai in altre circostanze, be’… parliamone. Le gestualità nel mondo dello sport e dello spettacolo hanno storie affascinanti, motivazioni, interpretazioni e persone protagoniste. Mettiamoci comodi e scopriamole!
Tutto parte dal wrestling
Nel suo celebre saggio “Il mondo del catch” (The World of Wrestling), contenuto nella raccolta Mythologies (1957), Roland Barthes racconta il wrestling professionistico e, per prima cosa, ci ricorda che non è esattamente uno sport. È una messa in scena, è. come uno spettacolo teatrale, una lotta coreografata. Generalmente i due protagonisti di questa lotta sono un eroe e un antagonista (il villain, il cattivo, proprio come nei film di supereroi).
In questo spettacolo la narrazione viene messa in scena utilizzando i corpi dei partecipanti che si scontrano. “Il pubblico”, scrive Barthes, “si disinteressa altamente di sapere se l’incontro è truccato, e ha ragione; si abbandona alla prima virtù dello spettacolo, che è quella di abolire ogni movente e conseguenza: non gli importa ciò che vede ma ciò che crede”.
E i corpi dei wrestler, attraverso gesti iperbolici, espressioni facciali esasperate e posture caricaturali, inviano messaggi inequivocabili al pubblico circostante. Che, parte integrante della messa in scena, tifa aggressivamente, applaude o fischia ferocemente pur essendo consapevole – almeno a un certo livello – della finzione di tutto l’evento.
La mano all’orecchio era il gesto classico di Hulk Hogan che, per sua stessa ammissione, aveva “rubato” il gesto a un altro wrestler, Austin Idol: “Glie l’ho visto fare, e le reazioni del pubblico sono state più forti di qualsiasi altra reazione avessi sentito”.
Hogan si metteva la mano all’orecchio e scansionava, come un’antenna o un radar, le grida dei fan, sentendo quale zona dell’arena urlasse più forte per incitarlo. Il gesto faceva parte del suo show e di solito serviva a coinvolgere la folla prima della rimonta finale, il comeback di Hogan, che sembrava sempre lì lì per perdere malissimo, era parte del copione scritto. Prima della mossa decisiva, eccolo lì, il gesto della mano all’orecchio.
Secondo Barthes, il gesto fisico e il messaggio psicologico che i gesti di questa messa in scena generano, costruiscono senso per il pubblico: il gesto si associa a emozioni, sentimenti di giustizia, rivincita su frustrazioni personali che diventano collettive.
Hulk Hogan sul palco del wrestling non impersonava il villain. Lo è diventato poi, razzista, suprematista e via dicendo, ma questa è un’altra storia e non c’entra molto con quello che stiamo raccontando. Quel gesto arrogante rappresentava, invece, la rivincita degli eroi. Che però, a volte, poco prima di far fuori i cattivi, si concedevano di incitare il pubblico come avrebbe fatto un villain.
E nello sport? C’è il taunting
Anche nello sport la gestualità può diventare uno stratagemma. Il fenomeno del taunting (lo scherno, la provocazione dell’avversario) è probabilmente antico quanto la stessa competizione sportiva. E si è pure evoluto. Farsi strada nella mente dell’avversario usando la folla può essere un modo per ottenere un vantaggio psicologico. Atleti del calibro di Michael Jordan, Serena Williams, Tom Brady e Novak Djokovic ne hanno fatta una vera e propria strategia psicologica: usando la “mancanza di rispetto” percepita, spesso proveniente da un pubblico che tifa esplicitamente contro di loro, diventa combustibile per trovare motivazioni.
L’ex tennista James Blake ha detto che questi fuoriclasse riescono a trasformare il risentimento (perché si sentono “offesi” o sminuiti o in qualche modo “derubati”) e lo ribaltano in una mentalità del tipo “Ok, I’m coming for you”.
Il finalista di Wimbledon 2003, Mark Philippoussis, ha spiegato questa dinamica in termini ancor più espliciti riferendosi proprio Djokovic: il campione serbo in realtà “vuole sentire i fischi”, perché quell’energia negativa innesca il suo istinto di sopravvivenza e lo “fa giocare meglio”. Chi ha visto Djokovic nelle sue gestualità contro il pubblico – come la sviolinata, per esempio – sa bene di cosa parla Philippoussis.
Djokovic è uno dei tennisti-re del dito all’orecchio. Per lui prendersela col pubblico non è un sinonimo di debolezza o fragilità emotiva: è la sua ricarica, la rivincita, la sua trasformazione da vittima a predatore agonistico.
Certo, se sei vincente come lui diventa tutto più credibile.
Cosa c’entra Topo Gigio?
Siamo nel 2001, nel campionato di calcio argentino. Juan Román Riquelme, numero 10, trequartista del Boca Juniors, è un calciatore con una grande visione di gioco e un ottimo controllo di palla, famoso anche per i suoi calci di punizione. “Si no te gusta Román, no te gusta el fútbol”, dicono i giornalisti sportivi in Argentina. E lui è il faro della squadra. Ma si trova al centro di una disputa contrattuale con il presidente Mauricio Macri (poi futuro Presidente della Repubblica Argentina: sport e politica, sport e vita si intrecciano sempre). Le ragioni del contrasto? Semplice: i soldi. Riquelme pensa di non essere pagato abbastanza (soprattutto dopo la vittoria di tre campionati di Primera División, due Coppe Libertadores consecutive e la Coppa Intercontinentale del 2000 vinta contro il Real Madrid). Quell’anno, l’allenatore Carlos Bianchi se ne va, proprio a causa di forti divergenze con Macri. Riquelme era cresciuto calcisticamente grazie alla fiducia incondizionata di Bianchi. Per i tifosi del Boca, il terzetto che Riquelme componeva insieme a con Guillermo Barros Schelotto e Martín Palermo è leggendario.
Il giorno del Superclásico – si chiama così l’incontro fra il Boca e i rivali storici del River Plate – Riquelme segna la rete del 2-0 ma non corre ad abbracciare i compagni né a esultare sotto la curva dei propri tifosi. Cammina verso la linea laterale, si posiziona di fronte alla tribuna dove sedeva Macri, pianta i piedi a terra e porta entrambe le mani aperte, a conca, dietro le orecchie, fissando i dirigenti del club.
Successivamente, la stampa argentina definisce questo gesto di insubordinazione l’esultanza di Topo Gigio (eh sì, il celebre pupazzo televisivo italiano è famoso anche in Sudamerica). Perché? Nel post-partita Riquelme stesso dichiara che il gesto non aveva alcun intento polemico: era semplicemente una dedica affettuosa a sua figlia, grande fan del topo animato. Nessuno, ovviamente, crede a questa versione. L’intero mondo calcistico sudamericano capisce che si tratta di una sfida pubblica e plateale a Mauricio Macri: “Adesso mi sentite?”, dice Riquelme senza parlare. “Sentite il boato dello stadio per me? Il mio valore è innegabile, pagatemi quanto valgo”.
Riquelme diventa un’icona di dissenso di un lavoratore, seppur privilegiato, che rifiuta di essere sminuito o ignorato. Ma le tensioni accumulate – insieme a eventi traumatici nella sua vita privata: il fratello Cristian viene rapito e il giocatore deve negoziare personalmente per il rilascio – portano all’addio. A luglio del 2002 il Barcellona paga 11 milioni di euro al Boca Juniors e acquista il giocatore.
Topo Gigio reloaded
Facciamo un salto in avanti. È il 2022 e si stanno giocando i quarti di finale della Coppa del Mondo FIFA 2022 in Qatar al Lusail Stadium. Si affrontano Argentina e Paesi Bassi.
Nella conferenza stampa pre-partita, l’allenatore olandese, Louis van Gaal aveva bersagliato di frecciatine il capitano argentino Lionel Messi. Van Gaal aveva detto cose tipo “Messi non partecipa molto quando l’altra squadra ha il pallone”, indicando quella lacuna difensiva come la principale possibilità di vittoria per l’Olanda. Aveva aggiunto che nel 2014 (il precedente, in semifinale mondiale, pur vinto dall’Argentina ai rigori), “Messi non aveva toccato palla” e che l’Olanda voleva vendetta. Messi e tutta la rosa albiceleste si erano sentiti punti sul vivo.
Durante la partita la tensione si trasforma in bagare: l’arbitro spagnolo Antonio Mateu Lahoz estrae 15 cartellini gialli. Ma a vendicarsi è Messi, non l’Olanda. Prima serve un assist assurdo per far segnare Nahuel Molina nel primo tempo. Poi trasforma il calcio di rigore che porta l’Argentina sul 2-0. A quel punto, Messi va verso la panchina olandese, fissa Van Gaal e l’assistente ed ex calciatore Edgar Davids, e fa la sua versione del Topo Gigio.
Il Messi-vendicatore e un po’ villain è una versione inedita di Messi: ci sono giocatori e sportivi da cui quel tipo di esultanza te l’aspetti. Altri no.. Riquelme stesso commenta l’accaduto dicendo che non ha senso provocare Messi: “è meglio abbracciarlo e baciarlo, in modo che non abbia voglia di vincere. Ecco perché le dichiarazioni di Van Gaal sono state un’ottima cosa per l’Argentina”.
Per la cronaca, la partita finisce ai rigori. E alla fine, Messi, evidentemente ancora in preda all’adrenalina e alla rabbia, interrompe un’intervista e insulta l’attaccante olandese Wout Weghorst (autore della doppietta che aveva trascinato l’Olanda ai supplementari): “Qué mirás, bobo? Andá p’allá, bobo” (”Cosa guardi, stupido? Vai via, stupido”).
Torniamo al tennis
Sì, perché il tennis ha storicamente preteso e ottenuto dal suo pubblico un silenzio quasi religioso e reverenziale durante le fasi di gioco attivo. Il rumore è considerato un sacrilegio e c’è anche un motivo: il suono della palla serve ai giocatori per orientarsi. Portare la mano all’orecchio su un campo da tennis, sia per sbeffeggiare chi fischia sia per esigere applausi più scroscianti, rappresenta una rottura violenta e premeditata del patto non scritto di nobiltà stoica e distacco aristocratico che si presume sia proprio dei giocatori. Eppure non sono mancati, nella storia di questo sport, gesti e azioni per nulla nobili che generano reazioni diverse nel pubblico.
Dicevamo di Djokovic (24 titoli del Grande Slam, record assoluto in campo maschile) e del fato ha costruito gran parte del suo approccio mentale alla partita sulla percezione – a volte reale a volte auto-indotta per motivarsi – di dover combattere solo contro tutti.
Quando, in finale a Wimbledon nel 2019, i quindicimila spettatori del Centre Court cantavano all’unisono “Roger! Roger!”, lui si diceva che invece stavano dicendo “Novak! Novak!”: potenza dell’autoconvincimento e dell’auto-esaltazione.
Durante i quarti di finale della Coppa Davis a Malaga, nel match decisivo contro il Cameron Norrie, un settore di tifosi inglesi inizia a disturbare la routine di Djokovic al servizio. Dopo aver annullato un set point e aver portato a casa il game e la partita con il suo solito approccio feroce, Nole si gira verso i disturbatori, li fissa ed eccolo lì, il dito all’orecchio: “I can’t hear you” (Non vi sento). Poi, un bacio volante pieno di sarcasmo. “Loro mi danno l’energia di cui ho bisogno”, ha poi detto nell’intervista post-partita. . L’energia generata dal disprezzo si era trasformata nella legna che alimentava la fornace della sua vittoria.
Nel 2024 a Wimbledon, Nole si è vendicato del pubblico che tifava per Rune (spazzato via 6-3, 6-4, 6-2 in poco più di due ore). I tifosi del danese continuavano a gridare “Ruuuuuuuuuuuuune”, con tantissime “u”, facendolo suonare come un “Booooooo” contro Djokovic. Il serbo ha ammesso di averla presa sul personale. “A tutti i fan che hanno rispetto e sono rimasti qui stasera, un grazie dal profondo del mio cuore. Lo apprezzo”. Poi ha aggiunto: “And to all those people that have chosen to disrespect the player – in this case, me – have a goooooooooooood night. Goooooooooooood night. Goooooooooooood night. Very goooooooooooood night”. L’intervistatore della BBC ha cercato di difendere il pubblico, ma Djokovic non ha voluto saperne: “Sono sul tour da più di 20 anni, quindi credetemi, conosco tutti i trucchi. So come funziona. Ho giocato in ambienti molto più ostili. Non mi potete far niente, ragazzi”. E poi, ecco la sviolinata.
Carlos Alcaraz
Il fenomeno spagnolo, acclamatissimo e molto amato per il suo gioco spettacolare (ma al momento assente dal circuito da qualche mese per un infortunio al polso), fa un uso – quasi un abuso – del dito all’orecchio. La mano arriva lì dopo un colpo magico, un passante impossibile, uno dei suoi recuperi in acrobazia. Lui non assorbe le energie negative come Djokovic, però. Il gesto arriva quando inevitabilmente il pubblico sta già esplodendo nell’ovazione.
E gli altri
Fra le esultanze più recenti potremmo citare il “gesto del telefono” di Ben Shelton, che batte Tiafoe ai quarti di finale degli US Open, mima la risposta al telefono mettendosi in ascolto e poi finge di riagganciare. Impietoso, Djokovic lo batte in semifinale e lo imita. Poi c’è l’esultanza a “pesce morto” di Medvedev, ci sono i balli sgangherati di Tsitsipas, le provocazioni di Rune (che però non sa gestirle davvero e non riesce a convertire il pubblico contro in energia positiva). E altre esultanze più o meno strane, più o meno da villain.
E finalmente Sinner
Questo tipo di esultanze coreografate non fanno parte del repertorio di Jannik Sinner. Tanto che quando porta il dito all’orecchio diventa una notizia e un pretesto per fare viaggi come questo. È successo al Miami Open, alle ATP Finals e poi a Wimbledon 2026. “Ne avevo bisogno”, ha detto semplicemente. E forse va bene così. Anche se ad alcuni tifosi, che lo vorrebbero robotico, privo di emotività e sempre vincente, il gesto non è piaciuto. Chissà, magari dopo questo viaggio fra mani, dita e orecchie la penseranno diversamente.
Sinner non è un villain. Non reagisce contro il pubblico. Non deve vendicarsi. Ma ogni tanto anche lui ne ha bisogno, e fra le tante cose che sta imparando nel suo viaggio c’è anche questa: reclamare il suo spazio sul palcoscenico.







Grazie Alberto. Sempre bello leggerti, in specie quando parli di - del - tennis. Portando il dito all’orecchio?…